Per un’industria della cultura: d’Annunzio e le arti dello spettacolo (Raffaella Antinucci)

Il ruolo che d’Annunzio svolse nello sviluppo delle arti dello spettacolo, in particolare il cinema, fu seminale sotto diversi aspetti.

Il primo e più importante contributo dello scrittore pescarese va ricondotto all’opera di legittimazione della nuova arte che, tranne qualche eccezione, veniva guardata con diffidenza dagli intellettuali italiani del tempo.

Oltre ad essere coinvolto direttamente nella realizzazione di alcuni importanti film, sul piano teorico d’Annunzio espresse le proprie idee avanguardiste nel saggio Del cinematografo considerato come strumento di liberazione e come arte di trasfigurazione, scritto in occasione dell’uscita sugli schermi di Cabiria (1914), la più famosa produzione del cinema muto italiano.

Il film di Giovanni Pastrone segna altresì il momento più noto dell’impegno “cinematografico” del Vate, che ne scrive le didascalie e conia il nome dell’eponima protagonista, Cabiria, “figlia del fuoco”.

Sebbene d’Annunzio si accosti al cinema spinto da ragioni economiche, che nel 1911 lo costrinsero a cedere alla casa di produzione Anonima Ambrosio di Torino i diritti per lo sfruttamento cinematografico di sei opere letterarie, fu tra i primi a intuire le grandi potenzialità del nuovo mezzo artistico, in grado, al pari del teatro, di metterlo in contatto con la Massa, la “belva irrazionale”, e soprattutto di soddisfare il bisogno di evasione, di esotismo e meraviglioso dello spettatore.

L’altro importante esito dell’incontro tra il Vate e il cinema va ricercato nel cosiddetto “dannunzianesimo cinematografico”, veicolato dalla trasposizione sullo schermo della sua opera letteraria.

Si tratta di una tendenza di cui d’Annunzio in prima persona si fece promotore e i cui principali ingredienti sono il divismo, la sensualità, i personaggi raffinati ed estetizzanti che animano i numerosi adattamenti per il cinema e la televisione di romanzi come Il piacere e L’innocente.

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