Alla conquista della Francia: d’Annunzio operatore culturale all’estero (Andrea Lombardinilo)

Gli anni dell’esilio francese offrono a d’Annunzio la possibilità di esportare la propria arte all’estero, e di proporsi come uno dei fenomeni letterari più in voga negli anni a ridosso della prima guerra mondiale.

A Parigi dimostra tutte le sue capacità manageriali, al punto da affermarsi come operatore culturale di assoluto successo.

Lo confermano alcune lettere a Natalia de Goloubeff, che ci consegnano i giudizi e le considerazioni di d’Annunzio sui personaggi e sui protagonisti della “macchina teatrale parigina”, costellata da una fitta trama di relazioni artistiche e imprenditoriali.

Sono documenti epistolari che aprono nuovi fronti di conoscenza nel panorama multiforme della biografia dannunziana, consentendoci di apprendere che cosa il Vate in realtà pensasse di quell’ambiente di cui, dopo il clamore del Martirio, era ormai parte integrante, nonché uno dei protagonisti più richiesti e celebrati.

Emerge, con grande trasparenza, l’immagine del poeta pienamente inserito in un contesto artistico complesso e variegato, che da un lato lo attira e dall’altro gli provoca repulsione.

Dietro la profusione del proprio impegno di artista, di operatore culturale e di uomo d’affari c’è, evidentemente, la cronica necessità di denaro, ma anche una sorta di inconscia attrazione per un mondo colto ed elevato, fascinoso ed elegante, non immune da torbide gelosie, rivalse e antipatie.

Da navigato camaleonte della mondanità alto-borghese, di tutto questo d’Annunzio è consapevole, e pienamente. Ma l’essere richiesto dai più importanti impresari teatrali parigini (Reinhardt e Astruc), dalle attrici più affermate (Sarah Bernhardt e Ida Rubinstein) e dai più prestigiosi editori (Ricordi e Sonzogno) e musicisti italiani (Mascagni e Puccini) lo gratifica profondamente e lo induce a cavalcare l’onda lunga del successo.

I documenti disegnano così l’immagine del poeta dietro le quinte, che non risparmia giudizi sferzanti sul teatro parigino, visto come una “bassa cucina teatrale” e una «ignobile casa di prostituzione».

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