Elogio della modernità: d’Annunzio e le macchine (Gianni Oliva)

Innovatore per natura, d’Annunzio sperimenta da subito l’ebbrezza della velocità. Per aria, per mare e per terra. Dopo aver volato a Brescia nel 1909 esclama: «È una cosa divina! Divina e per ora inesprimibile. Il momento in cui si lascia la terra è di una dolcezza infinita. Si sente allora il nascere di una sensazione nuova. Ne ho il cuore colmo. Provo ancora adesso una beatitudine come di godimento fisico».

Non a caso il suo ultimo romanzo, il Forse che sì forse che no (1910), vede protagonisti proprio i due nuovi mezzi di trasporto allora in ascesa, l’aereo e l’automobile, termine che d’Annunzio vuole sia declinato al femminile, non più al maschile.

La sua modernità si rivela anche nella celebrazione della nuova era delle macchine, che userà a profusione soprattutto negli anni della guerra (compreso il motoscafo antisommergibile in occasione della Beffa di Buccari).

Il convegno tenutosi a Caen in Normandia, dal 10 all’11 dicembre 2008 (organizzato dalla Università di Chieti e da quella francese), i cui atti sono già disponibili («Studi Medievali e Moderni», XIII, 2, 2009) poneva in atto un’ampia riflessione sulla “modernità” di D’Annunzio, con risultati che evidenziavano, forse ancor più di quanto fino ad allora non fosse stato fatto, come il poeta pescarese attraversasse molti campi della contemporaneità con indubbio talento sperimentale: dalla comunicazione mediatica (le interviste), alla fotografia, alla moda, alle arti visive.

Naturalmente non poteva mancare la sua passione per la macchina e per il volo. Tutti questi campi, proprio perché così vasti e complessi, permettono di continuare il discorso sul d’Annunzio moderno, approfondendone peculiarità ed esplorando altre dimensioni.

In particolare, la macchina rappresenta ai primi del Novecento il trionfo del caos sull’ordine, l’affermazione dell’arrogante potere industriale sulla civiltà contadina. D’Altra parte il volo realizza finalmente il sogno degli antichi (il mito di Icaro in Alcione), cioè il superamento dei limiti umani.

Del resto il Vittoriale reca evidenti i segni della passione dannunziana per l’automobile (Isotta Fraschini), l’aereo (SVA 10), le imbarcazioni da guerra (Nave Puglia), i motoscafi antisiluranti (MAS), a testimoniare l’invitta volontà vitalistica del poeta.

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