d'Annunzio e lo sport

Dedica in forma di premessa

La prima radice di questo libro può essere collocata a Pescara, durante gli anni del secondo dopoguerra; bambini, attrezzavamo sfide che cominciavano subito dopo il pranzo e finivano quando non ci si vedeva più.

Tra i luoghi teatro delle competizioni c’era pure il cortile di casa d’Annunzio. Il poeta ci veniva allora presentato come una grande gloria nazionale e quindi era molto frequente il caso che venissimo allontanati dal cortile e costretti a trasferirci in qualche altro spazio.

Un rapporto irrisolto, quello infantile, con Gabriele, che è peggiorato nella giovinezza quando, con gli amici poeti della “quinta generazione”, abbiamo preso le distanze non solo dal nazionalismo-interventismo del d’Annunzio politico, ma anche dal suo superomismo-decadentismo.

Impegnati come eravamo nelle ricerche (linguistiche) dell’avanguardia, non riuscivamo ad apprezzare né il facitore di versi, né il costruttore di romanzi, né l’inventore di tragedie, né il cantore di abruzzesità.

Tutto avrei potuto immaginare allora salvo che fosse lo sport (nella sua accezione più ampia) a ristabilire un buon rapporto con lui. Cosa che mi è accaduta quando ho letto alcune biografie e ho prestato la dovuta attenzione al suo sterminato epistolario. Da cui ho potuto ricavare l’agonista che è stato e che ho cercato di rappresentare in questo libro, che per me è anche una resa dei conti.

Luciano Russi

Francavilla al Mare, 1 marzo 2008

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